piccole curiosità a cura di dr.ssa Engi Angi: Mestre mia, “trova l’intruso” la scuola delle fanciulle di don Groggia

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piccole curiosità a cura di dr.ssa Engi Angi: che ne sappiamo delle indennità pagate dalla Francia (e alla Francia) al momento dell’abolizione della schiavitù nelle colonie?

Passato coloniale, schiavitù e riparazioni: in Francia si riapre il dibattito

Un progetto francese unico nel suo genere getta un fascio di luce sulle indennità pagate dalla Francia (e alla Francia) al momento dell’abolizione della schiavitù nelle colonie.

Ingrid Colanicchia 31 Maggio 2021

Nel 1783 l’ex schiava Belinda Royall presentò una petizione alle autorità del Massachusetts. In essa raccontava la sua infanzia in Africa, il trauma per essere stata presa prigioniera e spedita in America, la sua totale disperazione nell’apprendere che il suo destino sarebbe stato la schiavitù, e chiedeva, dopo 50 anni di lavoro schiavistico al servizio di Isaac Royall e poi di suo figlio, il riconoscimento di una pensione. La richiesta fu accolta e a Belinda venne concessa una pensione di 15 sterline e 12 scellini, da pagare con i beni della famiglia Royall. Quella sua petizione è da molti considerata come la prima richiesta di riparazione per la schiavitù nella storia degli Stati Uniti e (assieme alle altre che dovette presentare in seguito per vedere effettivamente corrisposta la pensione) ci offre uno spaccato sulla vita di una donna schiava nel Nord America coloniale.

Dalla petizione di Belinda al progetto di legge in discussione al Congresso (che giusto nelle scorse settimane ha registrato un avanzamento), passando per i famosi “40 acri e un mulo” promessi come forma di risarcimento agli ex schiavi al termine della guerra di Secessione, negli Stati Uniti la questione delle “riparazioni” è costante argomento di dibattito da molto, moltissimo tempo.Bus in fiamme a Roma, il conducente riesce a far…Dazn e il calcio spezzatino: nessuna partita in …Matteo Ranieri parla di Sophie Codegoni e (forse…Il bus a fuoco a Roma davanti al Ministero della…Mercedesz Henger annuncia sui social la fine del…Sponsored by NexiliaPUBBLICITÀ

Non si può dire lo stesso di altri Paesi che pure, nel loro passato coloniale, dal lavoro schiavistico hanno tratto profitto. È il caso per esempio della Francia, dove però di recente è stato lanciato un progetto di ricerca in materia unico nel suo genere che mira a fornire un quadro globale con un approccio multidisciplinare.

Si tratta di “Repairs”: un database (e non solo) creato dal Centro internazionale di ricerca sulla schiavitù e la post-schiavitù del CNRS, online dai primi di maggio. Frutto di due anni di lavoro su decine di migliaia di documenti d’archivio, il progetto mette in evidenza sin da subito una differenza fondamentale rispetto alle riparazioni dibattute negli Stati Uniti. Se lì i 40 acri e un mulo avrebbero dovuto risarcire gli ex schiavi, nel caso della Francia, al momento dell’abolizione definitiva della schiavitù nelle colonie, nel 1848[1], a essere risarciti non furono gli schiavi bensì gli ex proprietari, a titolo di indennizzo per la perdita: la legge del 30 aprile 1849 e il suo decreto attuativo del 24 novembre 1849 assegnavano loro 126 milioni di franchi, secondo modalità differenti per ciascuna delle colonie (parliamo di Guadalupa, Martinica, Guyana, Réunion, Senegal, Sainte Marie e Nosy Be).

Ad Haiti le cose andarono diversamente. L’ex colonia di Saint-Domingue mantenne la propria indipendenza, dichiarata nel 1804, solo ratificando (l’11 luglio 1825) l’ordinanza di Carlo X che stabiliva che l’isola avrebbe pagato alla Francia la somma di 150 milioni di franchi a titolo di risarcimento degli ex coloni.

L’archivio di “Repairs” presenta i dati relativi a entrambe queste indennità (quelle pagate dalla e alla Francia): nome e cognome degli ex proprietari, numero di titoli posseduti e cifra incassata a titolo di risarcimento. Di fatto, con una semplice ricerca sul motore interno sarà possibile scoprire se i propri antenati erano schiavisti… E rivela come tra le persone indennizzate ci fossero anche ex schiavi divenuti a loro volta proprietari schiavisti, evidenziando – sottolinea Myriam Cottias, tra le coordinatrici del progetto – come la schiavitù non possa essere letta solo attraverso il prisma dell’opposizione razziale ma vada vista anche come un sistema economico e sociale.

Da un giro sulla mappa interattiva che mette a confronto la situazione a livello globale si scopre che la Francia non fu certo l’unica a compensare gli ex proprietari anziché gli schiavi. Lo stesso fecero Regno Unito, Paesi Bassi, Spagna… Nella migliore delle ipotesi la schiavitù fu abolita senza il pagamento di indennità agli ex proprietari (come nel caso degli Stati Uniti).

Della questione (e della sua attualità sotto il profilo della giustizia) si è occupato anche l’economista francese Thomas Piketty, che alle società schiaviste e coloniali ha dedicato ampio spazio nel suo Capitale e ideologia. Ricostruendo la vicenda di Haiti, Piketty mostra l’impatto che la pretesa francese ebbe sullo sviluppo economico e politico dell’ex colonia (tra somma richiesta e interessi da pagare per il prestito alle banche private francesi) e sottolinea la grande debolezza degli argomenti addotti da coloro che rifiutano di riaprire il caso di Haiti e, nello stesso tempo, difendono altre forme di risarcimento. «Non regge l’argomento per cui l’intera vicenda sarebbe troppo antica», scrive Piketty. «Haiti ha pagato il debito ai suoi creditori francesi e statunitensi dal 1825 al 1950, cioè fino alla metà del XX secolo. Molti dei processi di risarcimento che si celebrano oggi riguardano espropri e ingiustizie avvenuti nella prima metà del XX secolo: si pensi ai sequestri dei patrimoni agli ebrei da parte delle autorità naziste e dei regimi collaborazionisti durante la seconda guerra mondiale (a cominciare dal regime di Vichy in Francia), per la restituzione dei quali sono ancora in corso procedure del tutto legittime, anche se tardive».

Sulla opportunità o meno di riparazioni ai discendenti degli schiavi non c’è invece unanimità di vedute tra le associazioni che li riuniscono. Se per esempio il Conseil représentatif des associations noires de France (Cran) è favorevole, il Comité Marche du 23 mai 1998 ritiene che le sofferenze dei propri antenati non siano in alcun modo monetizzabili.

“Repairs” è stato lanciato proprio nel 20° anniversario dell’approvazione della legge francese che riconosce la tratta e la schiavitù come crimini contro l’umanità. Il progetto di legge, promosso per iniziativa di Christiane Taubira, prevedeva anche il principio del risarcimento e istituiva una commissione incaricata di approfondire il tema. Il relativo articolo fu però cassato. Chissà che il progetto del CNRS non riapra la questione.

Per approfondire

Viviane Forson, “Esclavage : la question des réparations toujours d’actualité”Le Point Afrique, 10 maggio 2021.

Ta-Nehisi Coates, “The Case for Reparations”The Atlantic, giugno 2014.

Thomas Piketty, Capitale e ideologia, La Nave di Teseo, 2020.

[1] La schiavitù, abolita una prima volta nel 1794, era stata ripristinata nel 1802, sotto Napoleone.

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piccole curiosità a cura di dr.ssa Engi Angi: lo sapevate? La Fontana della Barcaccia fu costruita prendendo spunto da una barca in secca portata da una piena del Tevere.

Lo sapevate? La Fontana della Barcaccia fu costruita prendendo spunto da una barca in secca portata da una piena del Tevere

In piazza di Spagna, ai piedi della scalinata di Trinità dei Monti, si trova una delle fontane più famose di Roma. La Fontana della Barcaccia fu costruita tra il 1626 e il 1629 da Pietro Bernini, su commissione di Papa Urbano VIII Barberini. Era la prima volta che una fontana veniva concepita interamente come un’opera scultorea. Secondo una versione popolare molto accreditata, la sua particolare forma potrebbe essere stata ispirata dalla presenza sulla piazza di una barca in secca, portata fin lì dalla piena del Tevere del 1598 (nel cui ricordo il papa potrebbe aver commissionato l’opera), ma si è anche avanzata l’ipotesi che quel luogo fosse anticamente utilizzato come piccola naumachia (le famose battaglie navali di epoca antica).

piccole curiosità a cura di dr.ssa Engi Angi: ma chi l’avrebbe mai detto, esistono i fulmini fossili!!!

Quando si parla di fossili si pensa sempre a dinosauri o resti di antiche piante. E se vi dicessimo che esistono anche dei fulmini fossili?

Parliamo delle folgoriti, cioè ammassi vetrosi che si creano quando un fulmine cade su una spiaggia! Essendo strutture fragili è molto raro osservarne una in natura, e ancora più raro è riuscire a trovarne campioni di notevoli dimensioni.

La formazione della folgorite è legata al calore rilasciato dalla scarica elettrica: nel punto dell’impatto la sabbia fonde nel giro di una frazione di secondo. Il raffreddamento rapido che segue la folgorazione fa sì che questo fuso si trasformi in vetro e, spesso, questo assume la forma dell’impatto…è come se fosse “l’impronta” del fulmine!

La folgorite di solito ha forma cilindrica, spessa da qualche millimetro a qualche centimetro e lunga fino a qualche metro. Il colore è solitamente scuro poiché all’interno della sabbia, oltre alla silice, sono contenute numerose impurità che restano intrappolate nel vetro.

Il campione più grande che siamo riusciti a raccogliere è conservato al Museo di Storia Naturale di Peabody, presso l’Università di Yale. Proviene dalla Florida del nord ed è lungo 4,9 metri!

piccole curiosità a cura di dr.ssa Engi Angi: Alida Valli, prima diva italiana è stata antidiva all’insegna della modernità!!!

E’ stata un’attrice immensa e una donna straordinaria Alida Valli, di cui il 31 maggio 2021 ricorrono i 100 anni dalla nascita. La sua cinematografia con grandi capolavori racconta il fascino che ha emanato per tanti registi, da Hitchcock (Il caso Paradine) a Pasolini (Edipo Re), da Visconti (Senso il suo film forse più famoso) a Reed (Il terzo uomo), e poi ancora Soldati, Vadim, Zurlini, Clement, Chabrol in una lista davvero infinita.

 © ANSA
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  • Elegante, luminosa, chic, con uno sguardo magnetico, dotata di estrema ironia e empatia, la Valli è stata una grande interprete, con una solida formazione di studi al centro sperimentale di cinematografia e un talento precoce.
  • Origini nobili – si chiamava Alida Maria Altenburger von Marckenstein und Frauenberg – era nata a Pola nell’Istria una volta italiana e da lì era dovuta fuggire con la famiglia a Como dove trascorse una felice infanzia. Poi il ‘richiamo’ del cinema: la Roma di Cinecittà e l’esordio giovanissima a 15 anni in piena epoca Telefoni Bianchi, interpretando fin dall’inizio ruoli da protagonista e diventando ben presto l’attrice simbolo del cinema italiano del periodo fascista in film come Mille lire al mese (1938) e Ore 9: lezione di chimica (1941) ma rifiutando poi, con sprezzo del pericolo, di trasferirsi a Salò. C’è un film recente, selezionato in Cannes Classic, poi alla Festa di Roma a novembre 2020, distribuito dal Luce che lo ha prodotto – Alida di Mimmo Verdesca, che restituisce allo spettatore, oltre alla brillante carriera tutta da ripassare, una dimensione privata che completa ancora di più l’unicità di questa donna che ha attraversato il Novecento

piccole curiosità a cura di dr.ssa Engi Angi: la vita di don Franco de Pieri, diventa un romanzo!!! Il suo nome è legato al Centro di solidarietà Don Milani, che fondò e diresse per trent’anni. “Chi ama ricorda”, il libro che racconta la sua vita, è edito da Marsilio ⬇

A Mestre, il nome di don Franco De Pieri è noto per una vita dalle molte sfaccettature, originale e spesso polemica ma che ha saputo catturare l’attenzione e la fedeltà di molte persone. Come riporta l’agenzia Ansa, la sua vita ora la racconta un libro, “Chi ama ricorda”, titolo tratto da un suo motto, scritto da Paolo Fusco ed edito da Marsilio.

piccole curiosità a cura di dr.ssa Engi Angi: Teresa Stolz chi era costei? Verdi, Giuseppina e Teresa: un ménage à trois?!!!

In psicologia, l’accuratezza empatica si riferisce alla precisione con cui una persona può dedurre i pensieri e i sentimenti di un’altra persona. Contrariamente alla leggenda metropolitana popolare, le donne non sembrano possedere capacità empatiche superiori agli uomini. Intendiamoci, Peppina Verdi non ha dovuto affidarsi affatto all’intuizione della donna, poiché suo marito Peppe l’ha semplicemente costretta ad accettare Teresa Stolz come parte dell’accordo domestico. Quando Teresa visitò per la prima volta Sant’Agata, Peppina confidò nel suo diario: “Questo è senza dubbio il momento più triste della mia vita. Oggi è arrivata la signora Stolz. È ancora molto bella. Oscurità, oscurità, nient’altro che oscurità davanti a me”. Peppina era gelosa e profondamente ferita, ma concordemente terrorizzata di perdere il marito. Teresa a sua volta era ansiosa di coltivare un’amicizia con Peppina perché non voleva perdere Peppe – principalmente per motivi professionali – neanche! E Giuseppe era compiaciuto seduto in mezzo e si sentiva abbastanza bene con le cose.

Certamente desiderava che Peppina fosse felice per lui, perché dopotutto Teresa aveva portato la felicità nella sua vita. Una volta disse a un amico: “che ridicolo che Peppina sia gelosa di Teresa! Ogni volta che viene a trovarmi, porta vitalità e grandi sorrisi!” Dal momento che Peppina non era incline ad affrontare la situazione a testa alta, inizialmente ha adottato un atteggiamento di “aspetta e vedrai” nella speranza che la sua rivale se ne andasse prima piuttosto che dopo. Teresa, tuttavia, non aveva fretta, quindi Peppina ha cercato di trovare un fidanzato per Teresa, un suggerimento di cui la sua giovane rivale ha semplicemente riso. Qualche volta c’era qualche attrito in casa, e dopo un dissidio un po’ acceso — Teresa e Peppe avevano fatto festa tutta la notte — Peppina scrisse: “Ormai sarai arrivato a Firenze dove credo sia meglio indirizzare questa lettera. Che ci ami lo so, o meglio lo sappiamo, lo crediamo, ci rallegriamo di crederlo, e abbiamo fede che in te non saremo mai delusi. Che noi ti amiamo, lo sai, tu ci credi, gioisci nel crederci, e puoi essere certo che verso di te continueremo lo stesso finché vivremo. Allora, mia cara Teresa, quella paura di ‘essere d’intralcio’ perché hai visto in me una sfumatura di tristezza, è una paura da mettere da quella che ti ha fatto, per paura di disturbarci, andare in camera tua quasi al tramonto con la famosa frase: “Se vuoi scusarmi, mi ritirerò”. Non sei mai troppo con noi finché tu e noi rimarremo i cuori onesti e leali che siamo. Con questo e un bacio chiudo il paragrafo”. Per un po’ la situazione è rimasta relativamente calma, e il trio inquieto è andato anche in vacanza insieme. Peppina suggerisce anche a Teresa di acquistare una villetta vicino alla loro casa a Sant’Agata. Così la relazione tra Teresa e Peppe poteva almeno svolgersi con discrezione, e Peppina poteva tenere d’occhio le cose.

V

Tuttavia, quando Verdi viaggiava per supervisionare le produzioni delle sue opere, portava sempre con sé Teresa e non sua moglie. In una di queste occasioni, la prima esecuzione di Aidaa Parigi — Peppina decise stupidamente di fare una sorpresa al marito e a Teresa. Naturalmente, non c’era nessuna sorpresa, solo lo stesso vecchio, lo stesso vecchio! Peppina ha redatto una lettera secca al marito, che in caso non ha mai spedito. “Non mi è sembrato un giorno adatto per farti visitare una signora che non è né tua moglie, né tua figlia, né tua sorella… poiché la signora non è né malata né in procinto di esibirsi, mi è sembrato che potessi -quattro ore senza vederla, tanto più che mi ero preso la briga di salire in camera sua a chiedere di lei, cosa che ti ho detto appena tornato. Dal 1872 ci sono stati da parte tua febbrili periodi di assiduità e attenzioni che nessuna donna potrebbe prendere in un senso più lusinghiero. So come sono sempre stato disposto ad amarla apertamente e sinceramente. Sai come mi hai ripagato: con parole dure, violente, dolorose. Non puoi controllarti, quando apro il mio spirito alla speranza che vedrai questa signora e le cose come stanno. Sii franco e dillo senza umiliarmi con una deferenza così eccessiva». Invece di comunicare effettivamente i suoi sentimenti al marito – cosa che comunque non avrebbe avuto importanza – tutti rimasero per tre mesi nello stesso hotel a Parigi. Le cose però precipitarono al loro ritorno a Sant’Agata. Peppina ordinò a Peppe di mandare via Teresea, «finiamola una volta per tutte», scrisse. “Penso che a volte io, tua moglie sto vivendo Invece di comunicare effettivamente i suoi sentimenti a suo marito – cosa che comunque non avrebbe avuto importanza – tutti rimasero per tre mesi nello stesso hotel a Parigi. Le cose però precipitarono al loro ritorno a Sant’Agata. Peppina ordinò a Peppe di mandare via Teresea, «finiamola una volta per tutte», scrisse. “Penso che a volte io, tua moglie sto vivendo Invece di comunicare effettivamente i suoi sentimenti a suo marito – cosa che comunque non avrebbe avuto importanza – tutti rimasero per tre mesi nello stesso hotel a Parigi. Le cose però precipitarono al loro ritorno a Sant’Agata. Peppina ordinò a Peppe di mandare via Teresea, «finiamola una volta per tutte», scrisse. “Penso che a volte io, tua moglie sto vivendoa trio . Ho diritto almeno al tuo rispetto, se non alle tue carezze». Verdi ha risposto con calore minacciando di uccidersi se Teresa se ne fosse andata. Alla fine, fu Teresa a prendere la decisione di partire, aiutata senza dubbio da un lucroso impegno a San Pietroburgo. Vent’anni dopo, e dopo la morte di Peppina Strepponi nel 1897 Teresa Stolz tornò ad essere la compagna costante di Verdi. A differenza di Aida , però, Verdi fu sepolto accanto alla moglie, e non al suo amante.

piccole curiosità a cura di dr.ssa Engi Angi: Mata Hari

Mata Hari
Leeuwarden (Paesi Bassi) 1876 – Vincennes (Francia) 1917

“Non abbiate paura per me, sorella. Saprò morire. State per assistere ad una bella morte”. 1

Con queste parole Mata Hari si congeda da suor Marie, la monaca che l’ha assistita nei mesi trascorsi dietro le sbarre della prigione di Saint-Lazare, carcere femminile del X arrondissement di Parigi. È l’alba del 15 ottobre 1917 e tra non molto la danzatrice che aveva ammaliato i teatri di tutta Europa con i proprio movimenti sensuali, la donna misteriosa e magnetica amata da politici e figure di spicco dell’esercito, la spia Mata Hari (il cui significato è “Occhio dell’Alba”) sta andando incontro al proprio tragico tramonto
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Margaretha Geertruida Zelle, questo il nome di battesimo di Mata Hari, nasce in una cittadina del nord dei Paesi Bassi nel 1876, figlia di Heer Adam Zelle – proprietario di una bottega di cappelli e possessore di un mulino e di una fattoria – e di Antje var der Meulen. Grazie al proficuo lavoro paterno, la famiglia Zelle può permettersi di vivere in un sontuoso palazzo al centro della città, ma purtroppo la felicità è una condizione evanescente e la spensieratezza degli anni di infanzia sparisce tutto d’un tratto: Margaretha vede il padre fallire e dover dichiarare bancarotta e la madre, gravemente malata, morire nel 1890. Costretta dalle circostanze a lasciare la casa natale, viene mandata dal padrino a Sneek e da questi spedita a Leida, in un collegio per future maestre di scuola elementare. Tuttavia, l’esperienza come studentessa dura poco a causa delle eccessive attenzioni di un insegnante che la molesta durante il suo soggiorno da uno zio all’Aia.

Margaretha non rispecchia i classici canoni di bellezza delle donne europee. Ha occhi profondi, grandi e ipnotici, i capelli sono lunghi e di color corvino: insomma, la giovane Zelle ha tratti somatici che affascinano gli uomini del nord Europa abituati a una tipologia di ragazza probabilmente più austera e meno intrigante. Il fascino da orientale che avvolge la persona di Margaretha la fa notare a uomini di ogni età, non ultimo il maggiore dell’esercito Rudolph Mac Leod che non resiste alla sensualità della giovane e decide di sposarla.

Dopo il matrimonio i due si trasferiscono, per questioni legate al lavoro del maggiore, sull’isola di Sumatra, in Indonesia. La vita tropicale poco si confà alle abitudini di Margaretha, abituata agli agi europei. La situazione è aggravata dai rapporti per nulla sereni con il marito, molto più anziano di lei, che non perde occasione per manifestare, in modo spesso brutale, la morbosa gelosia nei confronti della bella e chiacchierata moglie. Ma non è tutto qui: la malinconia e la tristezza di Margaretha sono acuite dalla perdita di uno dei due figli, Norman, il quale muore all’improvviso, probabilmente avvelenato. La scomparsa del bambino getta Margaretha in un vortice di disperazione e il maggiore Mac Leod, per sollevare la moglie dal dolore che la attanaglia, decide di chiedere per sé e la propria famiglia il trasferimento in un’isola vicina, Giava. Nonostante gli sforzi per riprendersi dal grave lutto, la vita continua a essere insopportabile per la giovane madre, che arriva a sfiorare la follia.

Improvvisamente, però, la vita sembra sorridere a Margaretha e volerle dare una chance: una sera viene invitata da un signorotto del posto ad assistere a uno spettacolo di balli tradizionali. Per la giovane è una rivelazione. L’eleganza e la sinuosità dei movimenti dei danzatori autoctoni incanta Margaretha che si sente letteralmente travolgere dal pathos delle movenze e dal ritmo con cui si contorcono i corpi dei ballerini giavesi. La vita che aveva condotto fino ad allora sta per concludersi e l’Occhio dell’Alba, Mata Hari, è già sorto
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Nel 1902 i coniugi si separano definitivamente. Il maggiore riesce a ottenere la custodia della figlia e Margaretha torna a casa dello zio all’Aia. Tuttavia, la permanenza in Olanda è breve e nel marzo del 1903 decide di trasferirsi a Parigi e di tentare, come molti in quegli anni, la scalata sociale nella ricca e sfavillante capitale francese
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È il periodo della Belle Époque, nei café e nei locali notturni uomini e donne sono costantemente in cerca di divertimento, spensieratezza, champagne. Margaretha Zelle, ormai Mata Hari, intuisce che lì, nei teatri e nei bar di Parigi, può trovare la propria fortuna. Tuttavia, l’inizio non è semplice: senza un soldo in tasca la ragazza è costretta a fare lavoretti come modella, qualche spettacolo nei teatri di terz’ordine, probabilmente arriva anche a prostituirsi.

La possibilità di entrare a far parte dell’alta società parigina e di sedere al tavolo dei nuovi ricchi del XX secolo arriva nel febbraio del 1905 quando viene invitata a casa della cantante Kiréevsky, la quale era solita organizzare spettacoli di beneficenza. Quella notte, la prima per Mata Hari, l’avvenente ragazza si esibisce in una danza seducente sfilandosi lentamente, con movimenti quasi serpentini, i veli che coprono il proprio corpo fino a rimanere quasi del tutto nuda. Il piccolo spettacolo in casa delle benefattrice è un successo: tutta Parigi parla dell’Occhio dell’Alba, della donna ammaliante e misteriosa che dice di venire da remote zone dell’Est del mondo. D’altronde, Margaretha Gertruida Zelle non esiste più e Mata Hari può costruire il proprio passato arricchendolo di aneddoti e sfumature che lo rendono intrigante alle curiose orecchie dei ricchi uomini d’affari e delle loro annoiate mogli.

In breve tempo la danzatrice si esibisce sui più prestigiosi palchi di Parigi: dal Trocadero al Café des Nationes, dall’Olympia al Moulin Rouge. La fama di Mata Hari arriva anche all’estero e nel 1906 viene organizzata una tournée in Spagna che fu un vero e proprio trionfo. Viene definita la “donna che è lei stessa la danza”, l’“artista sublime”, colei che “riesce a dare il senso più profondo e struggente dell’anima indiana”
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, si trova sulle prime pagine di tutta Europa ed è desiderata dagli uomini più ricchi d’Occidente, molti dei quali sono suoi devoti amanti che riempiono le camere in cui alloggia di costosissimi regali.

Purtroppo questo clima di assoluto benessere e di ricchezza accecante viene interrotto dal primo conflitto mondiale e per Mata Hari, così come per la maggior parte degli europei, l’arrivo della guerra significa la perdita di ogni bene.

Nomade, apolide e in ristrettezze economiche, Mata Hari vive grazie alla beneficenza dei suoi amanti, in modo particolare di un banchiere, di un colonnello degli ussari olandesi, di un maggiore dell’esercito belga e di un capitano dell’aviazione russa. L’ennesima svolta nella vita della danzatrice ammaliatrice dei teatri europei arriva grazie alla frequentazione con il console tedesco Alfred von Kremer, anch’egli suo amante. Il politico propone alla donna di divenire una spia dell’impero tedesco . Lei accetta, spinta sicuramente più dalla sete di denaro che dall’interesse per le sorti della Germania , e così viene arruolata nelle file segrete del Kaiser. È addestrata prima a Berlino e poi ad Anversa sotto la guida della misteriosa Fräulein Doktor, ovvero Elsbeth Schragmüller, una delle prime donne laureatesi in Germania e una delle spie più importanti durante la Prima guerra mondiale
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Secondo i piani tessuti dalla Doktor, Mata Hari deve ottenere informazioni in Olanda e soprattutto in Francia e riferirle ai tedeschi: deve essere gli occhi e le orecchie dell’Impero tedesco oltre il Reno. Il nome in codice che le viene assegnato è agente H21. Margaretha si trasforma di nuovo, e diventa una spia al soldo del Secondo Reich. Tuttavia, giunta in Francia, la donna pensa di poter guadagnare ancor di più arruolandosi anche per i servizi segreti francesi e fornendo loro informazioni riguardanti il fronte nemico.

Inizia la doppia vita dell’agente Mata Hari costretta a tenere i rapporti con due nazioni avversarie, a muoversi in due paesi lavorando per entrambi, ma non sentendosi a casa in nessuno dei due. Il gioco di spionaggio e controspionaggio, si sa, è difficile da reggere e anche se lavorare per due padroni significa avere una doppia paga la posta in gioco è troppo alta
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. Su di lei sono puntati gli occhi dei servizi segreti di tre paesi: i Deuxième Bureau di Parigi, i primi a insospettirsi e a pedinarla, gli Abteilung IIIb di Berlino e infine i Secret Intelligence Service di Londra. I tedeschi sono i primi ad avere le prove del suo tradimento e vogliono che anche i francesi la scoprano così da eliminarla.

Riescono ad arrestarla e Mata Hari si trova nel cortile della prigione di Saint-Lazare con un plotone di esecuzione di fronte, i soldati pronti, armi in pugno, ad aprire il fuoco appena il colonnello Albert Somprou finirà di leggere la sentenza che la dichiara colpevole di tradimento. Sono pochi gli istanti di vita che rimangono a Margaretha, a Mata Hari, all’agente H21 e lei ne approfitta per sfoggiare ai gendarmi un ultimo sorriso, il più ammaliante mai fatto, per poi chiudere gli occhi
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Come andò alla fucilazione la danzatrice senza veli, «La Stampa», 14 Dicembre 1921. ^
Federico Musso, Il club degli insonni, Milano, GOG Edizioni 2018, p. 129. ^
Federico Musso, Il club degli insonni, Milano, GOG Edizioni 2018, p. 133. ^
Warren Howe Russel, Mata Hari. La vera storia della più affascinante spia del nostro secolo, ed. italiana di M.P. Lunati Figurelli, Collezione Le Scie, Milano, Mondadori Editore 1996, p. 40. ^
«Le Parisien», 19 agosto 1905. ^
Federico Musso, Il club degli insonni, Milano, GOG Edizioni 2018, p. 137. ^
Warren Howe Russel, Mata Hari. La vera storia della più affascinante spia del nostro secolo, ed. italiana di M.P. Lunati Figurelli, Collezione Le Scie, Milano, Mondadori Editore 1996, p. 149. ^
Federico Musso, Il club degli insonni, Milano, GOG Edizioni 2018, p. 132. ^

piccole curiosità a cura di dr.ssa Engi la CALLE LONGA DE L’ACCADEMIA dei nobili a Venezia

Alla Giudecca in fondamenta a S.Eufemia si trova la CALLE LONGA DE L’ACCADEMIA DEI NOBILI e il Palazzo che ospitava ‘Accademia.
Nel 1619 la Serenissima decise di fondare qui una scuola per giovani nobili ma nel 1627 potevano accedervi solo i rampolli delle famiglie nobili decadute; il numero degli studenti era limitato al massimo di 46 giovani, erano mantenuti a spese del Governo fino ai 20 anni e studiavano Religione, Grammatica, Calcolo, Umanità e Nautica.
L’ Accademia dei Nobili chiuse con la fine della Repubblica Serenissima.