piccole curiosità a cura di dr.ssa Engi Angi: intelligenza artificiale amica o nemica?

Non dobbiamo avere paura dell’eccezionalità

1 giugno 2021

Per imparare a formulare una diagnosi medica sono tradizionalmente necessari anni. Anche per i professionisti, la formulazione di una diagnosi è spesso un processo lungo e complesso. Per di più, in molte aree la domanda di queste competenze supera l’offerta, mettendo sotto pressione il sistema sanitario. Tuttavia, laddove è possibile digitalizzare le informazioni diagnostiche, le macchine possono contribuire ad alleviarne l’onere. Il vantaggio di un algoritmo è che può trarre conclusioni dai dati in una frazione di secondo. Inoltre, a differenza di un esperto in “carne e ossa”, le competenze di machine learning (ML) possono teoricamente essere riprodotte all’infinito.

Lungi dal sostituire le mansioni a bassa specializzazione negli stabilimenti automobilistici o nei call centre, l’intelligenza artificiale (AI) sta rimodulando il ruolo di medici e di molti altri professionisti. L’impatto sarà profondo.

Robert Troy, Minister for Trade Promotion, Digital and Company Regulation della Repubblica d’Irlanda, è ottimista circa la generale capacità dell’AI di trasformare la società: “A livello globale, si stima che l’applicazione dell’AI possa raddoppiare la crescita economica entro il 2035. L’AI è usata anche per risolvere complesse problematiche sociali, come il cambiamento climatico, l’assistenza sanitaria e la povertà alimentare”.

Kevin Roose, editorialista di The New York Times esperto di tecnologia, ritiene che l’AI possa modificare il lavoro verso tre scenari primari: “Nel primo si pronostica una soppressione di posti di lavoro, ed è quello cui di norma pensiamo quando si parla di automazione”, aggiunge inoltre che ciò “accade in una serie di settori più ampia rispetto a quanto tradizionalmente avvenuto in passato”, interessando anche i ruoli impiegatizi. Il secondo scenario prevede che le funzioni manageriali verranno soppiantate: “Ora esiste un’intera area di software dedicata alla sorveglianza della forza lavoro e al monitoraggio delle performance, in alcuni casi in grado anche di prendere automaticamente decisioni circa assunzioni e licenziamenti”.

Il terzo è quello definito automazione dell’ambiente interno: “Ogni giorno interagiamo con decine di strumenti di AI, che forgiano le nostre decisioni e preferenze, i nostri valori e rapporti.” prosegue Roose “In pratica gran parte delle nostre scelte ̶ dai programmi televisivi che guardiamo, ai politici per cui votiamo ̶ sono modulate in sottofondo dall’AI”.

Il “curatore dati” e AI creativa
A questo punto che ne è del lavoro, nella sua concezione tradizionale? Due secoli fa, i ludditi inglesi distruggevano i macchinari introdotti dalla prima rivoluzione industriale per combattere quelli che ritenevano strumenti di sostituzione dei lavori manuali. Alcuni esperti ritengono che l’AI soppianterà il 40% dei posti di lavoro entro 15 anni: tali timori, alla fine, si concretizzeranno?

“Non proprio”, sostiene Rober Troy, in quanto “gran parte della rivoluzione causata dall’AI si tradurrà in cambiamenti di ruoli, compiti e distribuzione del lavoro”. Per esempio, il medico non sarà necessariamente sostituito da un robot. Secondo un recente studio pubblicato su PeerJ, “i sistemi basati su AI porteranno a un aumento di medici ed è improbabile che possano sostituire la tradizionale relazione medico-paziente”.

Marcus du Sautoy, Oxford Simonyi Professor for the Public Understanding of Science, concorda con Robert Troy: “Assisteremo all’ingresso dell’AI in un numero crescente di mansioni impiegatizie. Ma, come in tutte queste rivoluzioni, emergeranno nuovi lavori”.

Le capacità delle macchine possono migliorare le doti umane, non limitarle. Il Professor du Sautoy porta come esempio la figura del curatore dati, definendolo “quasi un nuovo tipo di artista”. “Gli algoritmi imparano dai dati”, sostiene, “se vengono forniti determinati dati l’algoritmo va in una direzione, ma se ne vengono forniti altri, potrebbero andare nella direzione opposta. È quindi necessario riuscire a comprendere questo percorso e come modellarlo per far sì che ci conduca dove vogliamo. Questo tipo di attitudine è destinato a costituire una nuova categoria di competenza”.

Un’altra area creativa in cui l’AI si sta ritagliando un ruolo è la “musica elettronica”, alla quale sta attribuendo una nuova accezione. “Ci rendiamo conto che l’AI sta trasformando ogni settore, dalla terapia, all’arte e alla musica, rivoluzionando l’attività lavorativa”, afferma il Professor du Sautoy, riportando l’esempio di Jukedeck, uno strumento di composizione musicale AI: “Gli spieghi cosa vuoi in una canzone, il mood, la durata, la chiave e Jukedeck compone la musica, generando la registrazione”.

“L’AI ha aiutato a comporre musica e poesie e riprodotto gli stili di grandi pittori”, sostiene Rober Troy, aggiungendo però che “al momento l’AI svolge in prevalenza un ruolo di assistente, anziché sostituirsi al genio umano”.

Il Professor du Sautoy prosegue: “Pensavamo che l’unica cosa che ci sarebbe stata lasciata fosse comporre sinfonie, o scrivere romanzi, e ora l’AI riesce invece a fare anche quello”. Ritiene però che ciò abbia un aspetto positivo: “Molte persone hanno una certa paura della creatività, ma grazie all’AI anche loro potranno cimentarsi a scrivere un romanzo o dipingere un quadro. Vi è un aspetto alquanto entusiasmante della capacità di questi strumenti di rendere democratico qualcosa che un tempo era un’attività piuttosto elitaria”. L’AI scaccia la paura della pagina bianca. È un’idea affascinante.

Anche la maggior parte dei creativi sostiene di dedicare più della metà del proprio tempo a compiti banali. ML e AI sono potenzialmente in grado di liberarli da queste incombenze.

Verso un’economia a due livelli?
Kevin Roose prevede l’avvento di un’economia a due livelli: economia delle macchine ed economia dell’uomo. I prodotti della prima avranno prezzi estremamente bassi; afferma, infatti, che “l’AI consentirà a chi gestisce le aziende in questione di eliminare tutte le inefficienze e gli sprechi”.

Per contro, l’economia dell’uomo comprenderà persone che anziché produrre beni e fornire servizi creano emozioni ed esperienze, come per esempio gli operatori della sanità, gli insegnanti e gli artisti. Tuttavia aggiunge che “anche alcune figure che tendiamo a ritenere insostituibili, come baristi e assistenti di volo, hanno un futuro luminoso perché tali lavori non consistono solo nell’offrire da bere ai passeggeri su un aereo, ma principalmente nel farli sentire a loro agio”.

Ritiene inoltre che ciò indurrà le aziende tecnologiche hyper-scale a realizzare in misura crescente versioni di fascia più alta dei loro servizi: ad esempio, una versione di lusso di Netflix, dove i curatori di film scelgono il film per l’utente. “Tali aziende proporranno servizi su più livelli, oltre a quello base, per i quali gli utenti pagheranno l’interazione umana”. Secondo le sue previsioni, nascerà una nuova generazione di aziende che porteranno i rapporti umani all’essenza, ma senza disumanizzarsi.

Questo significa che i “leviatani della tecnologia” domineranno tutto? Il Professor du Sautoy non è di questo parere, ma ritiene che sia necessario attuare alcuni cambiamenti per assicurare una possibilità a tutti. “Non c’è bisogno di enormi aziende per analizzare questi dati.” dichiara “Si tratta di avere algoritmi intelligenti per ricercare i dati, consentendo agli operatori minori di entrare in gioco”.

“Tuttavia”, avverte, “se non si ha accesso ai dati, francamente si è del tutto fuori gioco”. Vi sono già avvisaglie di questi dati open source: per esempio, le normative in materia di open banking che costringono le grandi banche a condividere i dati finanziari relativi ai loro clienti. Ciò ha portato all’affermazione di imprese disruptive sul fronte fintech quali le cosiddette challenger bank britanniche Starling e Monzo, ciascuna delle quali ora vale oltre 1 miliardo di sterline.

Dovrebbe esistere una sorta di “bacino di dati condiviso” per incoraggiare la concorrenza settoriale in un contesto AI?
● Sì, allo scopo di evitare che un numero ridotto di grandi aziende abbia una posizione dominante, i dati devono essere liberamente disponibili a nuovi entranti e operatori disruptivi.
● No, i dati sono il prodotto dello sviluppo creativo delle aziende e costituiscono quindi parte integrante della loro proprietà intellettuale. Renderli liberamente accessibili, in pratica scoraggerebbe gli investimenti.

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piccole curiosità a cura di dr.ssa Engi Angi: chi era la musa ispiratrice di Majakovskij? …ma musa ispiratrice o strega?

Lilja Brik, uno dei simboli della rivoluzione sessuale e del potere femminile nella Russia bolscevica, subì una vera damnatio memoriae nell’Urss, dopo che il poeta si sparò al cuore

“Alcuni la chiamano la seconda Beatrice, e la vedono come una saggia fonte d’ispirazione per Majakovskij, con uno spirito affine al suo. Altri, la ritengono una strega mercenaria, un vampiro che succhiava il sangue al travagliato genio della poesia russa, puntando alla sua fama e ai suoi soldi, fino a spingerlo al suicidio”, scrivono oggi su di lei i biografi.

La relazione burrascosa tra il leggendario “cantore della rivoluzione”, Vladimir Majakovskij (1893-1930), e la “propagandista della depravazione”, Lilja Brik (1891-1978), durò 15 anni, fino al suicidio del poeta nel 1930. Lui le dedicò poesie e centinaia di lettere d’amore. E probabilmente è stato proprio grazie a questa relazione che lei è passata alla storia.

una delle poesie più intense che si possano leggere, per il momento in cui venne scritta, e per dove venne trovata. Lui fu uomo dalle assolute complessità, un artista in continua lotta con tutte le sue incoerenze, non ultima quella di definirsi politicamente impegnato.
Nella foto è ritratto Majakovskij e Lilja Jur’evna Brik, insomma il poeta e la sua musa.

Lilicka! (Al posto di una lettera)
di Vladimir Vladimirovič Majakovskij

“Il fumo del tabacco ha divorato l’aria.
La stanza
è un capitolo dell’inferno di Krucènych.
Ricordi?
Accanto a questa finestra
per la prima volta,
in estasi, carezzai le tue mani.
Oggi ti vedo seduta,
il cuore in un’armatura di ferro.
Ancora un giorno,
e mi lascerai,
coprendomi forse di ingiurie.
Nella buia anticamera la mia mano, scossa dal tremito,
nella manica a lungo tenterà di infilarsi.
Balzerò fuori,
lancerò per strada il mio corpo.
Selvaggio
diverrò pazzo,
trafitto dalla disperazione.
Non si deve giungere a questo:
cara,
buona,
diciamoci adesso addio.
Nonostante questo,
il mio amore,
pesante come un macigno,
resta appeso al tuo collo,
dovunque tu fugga.
Lasciami in un estremo grido urlare
l’amarezza di offesi lamenti.
Se lo sfiancano di lavoro, un bue,
andrà
a stendersi in gelide acque.
Ma al di là dell’amore per te,
per me
non c’è mare,
e a questo amore neanche col pianto darai una tregua.
Se anela il riposo lo stanco elefante
regalmente si sdraierà sulla rena infocata.
Ma al di là dell’amore per te,
per me
non c’è sole,
e io non so neppure dove sei e con chi.
Se l’amata avesse in tal modo torturato il poeta,
egli per la gloria e il denaro l’avrebbe lasciata,
ma per me
non c’è un solo suono di festa
oltre al suono del tuo amato nome.
No, non mi butterò nella tromba delle scale,
non berrò del veleno,
non oserò premere il grilletto contro la tempia.
Su di me,
al di fuori del tuo sguardo,
non ha potere la lama d’alcun coltello.
Domani scorderai
che ti avevo fatto regina,
che l’anima in fiore s’era bruciata d’amore,
e lo sfrenato carnevale dei futili giorni
disperderà le pagine dei miei libri…
Le foglie secche delle mie parole
potranno mai fermarti
per un sospiro?

Lascia almeno
ch’io copra con un’ultima tenerezza
il tuo passo che si allontana”

https://www.academia.edu/44188800/Vladimir_Vladimirovi%C4%8D_Majakovskij_Arte_e_Rivoluzi ne

piccole curiosità a cura di dr.ssa Engi Angi: Mestre mia, “trova l’intruso” la scuola delle fanciulle di don Groggia

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piccole curiosità a cura di dr.ssa Engi Angi: che ne sappiamo delle indennità pagate dalla Francia (e alla Francia) al momento dell’abolizione della schiavitù nelle colonie?

Passato coloniale, schiavitù e riparazioni: in Francia si riapre il dibattito

Un progetto francese unico nel suo genere getta un fascio di luce sulle indennità pagate dalla Francia (e alla Francia) al momento dell’abolizione della schiavitù nelle colonie.

Ingrid Colanicchia 31 Maggio 2021

Nel 1783 l’ex schiava Belinda Royall presentò una petizione alle autorità del Massachusetts. In essa raccontava la sua infanzia in Africa, il trauma per essere stata presa prigioniera e spedita in America, la sua totale disperazione nell’apprendere che il suo destino sarebbe stato la schiavitù, e chiedeva, dopo 50 anni di lavoro schiavistico al servizio di Isaac Royall e poi di suo figlio, il riconoscimento di una pensione. La richiesta fu accolta e a Belinda venne concessa una pensione di 15 sterline e 12 scellini, da pagare con i beni della famiglia Royall. Quella sua petizione è da molti considerata come la prima richiesta di riparazione per la schiavitù nella storia degli Stati Uniti e (assieme alle altre che dovette presentare in seguito per vedere effettivamente corrisposta la pensione) ci offre uno spaccato sulla vita di una donna schiava nel Nord America coloniale.

Dalla petizione di Belinda al progetto di legge in discussione al Congresso (che giusto nelle scorse settimane ha registrato un avanzamento), passando per i famosi “40 acri e un mulo” promessi come forma di risarcimento agli ex schiavi al termine della guerra di Secessione, negli Stati Uniti la questione delle “riparazioni” è costante argomento di dibattito da molto, moltissimo tempo.Bus in fiamme a Roma, il conducente riesce a far…Dazn e il calcio spezzatino: nessuna partita in …Matteo Ranieri parla di Sophie Codegoni e (forse…Il bus a fuoco a Roma davanti al Ministero della…Mercedesz Henger annuncia sui social la fine del…Sponsored by NexiliaPUBBLICITÀ

Non si può dire lo stesso di altri Paesi che pure, nel loro passato coloniale, dal lavoro schiavistico hanno tratto profitto. È il caso per esempio della Francia, dove però di recente è stato lanciato un progetto di ricerca in materia unico nel suo genere che mira a fornire un quadro globale con un approccio multidisciplinare.

Si tratta di “Repairs”: un database (e non solo) creato dal Centro internazionale di ricerca sulla schiavitù e la post-schiavitù del CNRS, online dai primi di maggio. Frutto di due anni di lavoro su decine di migliaia di documenti d’archivio, il progetto mette in evidenza sin da subito una differenza fondamentale rispetto alle riparazioni dibattute negli Stati Uniti. Se lì i 40 acri e un mulo avrebbero dovuto risarcire gli ex schiavi, nel caso della Francia, al momento dell’abolizione definitiva della schiavitù nelle colonie, nel 1848[1], a essere risarciti non furono gli schiavi bensì gli ex proprietari, a titolo di indennizzo per la perdita: la legge del 30 aprile 1849 e il suo decreto attuativo del 24 novembre 1849 assegnavano loro 126 milioni di franchi, secondo modalità differenti per ciascuna delle colonie (parliamo di Guadalupa, Martinica, Guyana, Réunion, Senegal, Sainte Marie e Nosy Be).

Ad Haiti le cose andarono diversamente. L’ex colonia di Saint-Domingue mantenne la propria indipendenza, dichiarata nel 1804, solo ratificando (l’11 luglio 1825) l’ordinanza di Carlo X che stabiliva che l’isola avrebbe pagato alla Francia la somma di 150 milioni di franchi a titolo di risarcimento degli ex coloni.

L’archivio di “Repairs” presenta i dati relativi a entrambe queste indennità (quelle pagate dalla e alla Francia): nome e cognome degli ex proprietari, numero di titoli posseduti e cifra incassata a titolo di risarcimento. Di fatto, con una semplice ricerca sul motore interno sarà possibile scoprire se i propri antenati erano schiavisti… E rivela come tra le persone indennizzate ci fossero anche ex schiavi divenuti a loro volta proprietari schiavisti, evidenziando – sottolinea Myriam Cottias, tra le coordinatrici del progetto – come la schiavitù non possa essere letta solo attraverso il prisma dell’opposizione razziale ma vada vista anche come un sistema economico e sociale.

Da un giro sulla mappa interattiva che mette a confronto la situazione a livello globale si scopre che la Francia non fu certo l’unica a compensare gli ex proprietari anziché gli schiavi. Lo stesso fecero Regno Unito, Paesi Bassi, Spagna… Nella migliore delle ipotesi la schiavitù fu abolita senza il pagamento di indennità agli ex proprietari (come nel caso degli Stati Uniti).

Della questione (e della sua attualità sotto il profilo della giustizia) si è occupato anche l’economista francese Thomas Piketty, che alle società schiaviste e coloniali ha dedicato ampio spazio nel suo Capitale e ideologia. Ricostruendo la vicenda di Haiti, Piketty mostra l’impatto che la pretesa francese ebbe sullo sviluppo economico e politico dell’ex colonia (tra somma richiesta e interessi da pagare per il prestito alle banche private francesi) e sottolinea la grande debolezza degli argomenti addotti da coloro che rifiutano di riaprire il caso di Haiti e, nello stesso tempo, difendono altre forme di risarcimento. «Non regge l’argomento per cui l’intera vicenda sarebbe troppo antica», scrive Piketty. «Haiti ha pagato il debito ai suoi creditori francesi e statunitensi dal 1825 al 1950, cioè fino alla metà del XX secolo. Molti dei processi di risarcimento che si celebrano oggi riguardano espropri e ingiustizie avvenuti nella prima metà del XX secolo: si pensi ai sequestri dei patrimoni agli ebrei da parte delle autorità naziste e dei regimi collaborazionisti durante la seconda guerra mondiale (a cominciare dal regime di Vichy in Francia), per la restituzione dei quali sono ancora in corso procedure del tutto legittime, anche se tardive».

Sulla opportunità o meno di riparazioni ai discendenti degli schiavi non c’è invece unanimità di vedute tra le associazioni che li riuniscono. Se per esempio il Conseil représentatif des associations noires de France (Cran) è favorevole, il Comité Marche du 23 mai 1998 ritiene che le sofferenze dei propri antenati non siano in alcun modo monetizzabili.

“Repairs” è stato lanciato proprio nel 20° anniversario dell’approvazione della legge francese che riconosce la tratta e la schiavitù come crimini contro l’umanità. Il progetto di legge, promosso per iniziativa di Christiane Taubira, prevedeva anche il principio del risarcimento e istituiva una commissione incaricata di approfondire il tema. Il relativo articolo fu però cassato. Chissà che il progetto del CNRS non riapra la questione.

Per approfondire

Viviane Forson, “Esclavage : la question des réparations toujours d’actualité”Le Point Afrique, 10 maggio 2021.

Ta-Nehisi Coates, “The Case for Reparations”The Atlantic, giugno 2014.

Thomas Piketty, Capitale e ideologia, La Nave di Teseo, 2020.

[1] La schiavitù, abolita una prima volta nel 1794, era stata ripristinata nel 1802, sotto Napoleone.

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piccole curiosità a cura di dr.ssa Engi Angi: lo sapevate? La Fontana della Barcaccia fu costruita prendendo spunto da una barca in secca portata da una piena del Tevere.

Lo sapevate? La Fontana della Barcaccia fu costruita prendendo spunto da una barca in secca portata da una piena del Tevere

In piazza di Spagna, ai piedi della scalinata di Trinità dei Monti, si trova una delle fontane più famose di Roma. La Fontana della Barcaccia fu costruita tra il 1626 e il 1629 da Pietro Bernini, su commissione di Papa Urbano VIII Barberini. Era la prima volta che una fontana veniva concepita interamente come un’opera scultorea. Secondo una versione popolare molto accreditata, la sua particolare forma potrebbe essere stata ispirata dalla presenza sulla piazza di una barca in secca, portata fin lì dalla piena del Tevere del 1598 (nel cui ricordo il papa potrebbe aver commissionato l’opera), ma si è anche avanzata l’ipotesi che quel luogo fosse anticamente utilizzato come piccola naumachia (le famose battaglie navali di epoca antica).

piccole curiosità a cura di dr.ssa Engi Angi: ma chi l’avrebbe mai detto, esistono i fulmini fossili!!!

Quando si parla di fossili si pensa sempre a dinosauri o resti di antiche piante. E se vi dicessimo che esistono anche dei fulmini fossili?

Parliamo delle folgoriti, cioè ammassi vetrosi che si creano quando un fulmine cade su una spiaggia! Essendo strutture fragili è molto raro osservarne una in natura, e ancora più raro è riuscire a trovarne campioni di notevoli dimensioni.

La formazione della folgorite è legata al calore rilasciato dalla scarica elettrica: nel punto dell’impatto la sabbia fonde nel giro di una frazione di secondo. Il raffreddamento rapido che segue la folgorazione fa sì che questo fuso si trasformi in vetro e, spesso, questo assume la forma dell’impatto…è come se fosse “l’impronta” del fulmine!

La folgorite di solito ha forma cilindrica, spessa da qualche millimetro a qualche centimetro e lunga fino a qualche metro. Il colore è solitamente scuro poiché all’interno della sabbia, oltre alla silice, sono contenute numerose impurità che restano intrappolate nel vetro.

Il campione più grande che siamo riusciti a raccogliere è conservato al Museo di Storia Naturale di Peabody, presso l’Università di Yale. Proviene dalla Florida del nord ed è lungo 4,9 metri!

piccole curiosità a cura di dr.ssa Engi Angi: Alida Valli, prima diva italiana è stata antidiva all’insegna della modernità!!!

E’ stata un’attrice immensa e una donna straordinaria Alida Valli, di cui il 31 maggio 2021 ricorrono i 100 anni dalla nascita. La sua cinematografia con grandi capolavori racconta il fascino che ha emanato per tanti registi, da Hitchcock (Il caso Paradine) a Pasolini (Edipo Re), da Visconti (Senso il suo film forse più famoso) a Reed (Il terzo uomo), e poi ancora Soldati, Vadim, Zurlini, Clement, Chabrol in una lista davvero infinita.

 © ANSA
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  • Elegante, luminosa, chic, con uno sguardo magnetico, dotata di estrema ironia e empatia, la Valli è stata una grande interprete, con una solida formazione di studi al centro sperimentale di cinematografia e un talento precoce.
  • Origini nobili – si chiamava Alida Maria Altenburger von Marckenstein und Frauenberg – era nata a Pola nell’Istria una volta italiana e da lì era dovuta fuggire con la famiglia a Como dove trascorse una felice infanzia. Poi il ‘richiamo’ del cinema: la Roma di Cinecittà e l’esordio giovanissima a 15 anni in piena epoca Telefoni Bianchi, interpretando fin dall’inizio ruoli da protagonista e diventando ben presto l’attrice simbolo del cinema italiano del periodo fascista in film come Mille lire al mese (1938) e Ore 9: lezione di chimica (1941) ma rifiutando poi, con sprezzo del pericolo, di trasferirsi a Salò. C’è un film recente, selezionato in Cannes Classic, poi alla Festa di Roma a novembre 2020, distribuito dal Luce che lo ha prodotto – Alida di Mimmo Verdesca, che restituisce allo spettatore, oltre alla brillante carriera tutta da ripassare, una dimensione privata che completa ancora di più l’unicità di questa donna che ha attraversato il Novecento

piccole curiosità a cura di dr.ssa Engi Angi: la vita di don Franco de Pieri, diventa un romanzo!!! Il suo nome è legato al Centro di solidarietà Don Milani, che fondò e diresse per trent’anni. “Chi ama ricorda”, il libro che racconta la sua vita, è edito da Marsilio ⬇

A Mestre, il nome di don Franco De Pieri è noto per una vita dalle molte sfaccettature, originale e spesso polemica ma che ha saputo catturare l’attenzione e la fedeltà di molte persone. Come riporta l’agenzia Ansa, la sua vita ora la racconta un libro, “Chi ama ricorda”, titolo tratto da un suo motto, scritto da Paolo Fusco ed edito da Marsilio.