…piccole curiosità a cura di dr.ssa Engi Angi: gli occhi della Serenissima? Modone e Corone?

BARBARA MARENGO

E fu così che Francesco Morosini riconquisto’Modone. Assieme a Corone gli “occhi della Repubblica” di San Marco erano formidabile avamposto di controllo delle rotte del Levante, a sud del Peloponneso, dove le navi passavano per arrivare a Costantinopoli. Candia,Cipro,Negroponte,Giaffa,Alessandria…. Era il 7 luglio 1686 e durante la guerra di Morea che fino al 1699 vide conquistare se pure in maniera effimera il Peloponneso dal Morosini, le truppe della Serenissima sbaragliarono le forze ottomane attestate a Modone. Che era stata città con arsenale, insediamenti militari e civili a fasi alterne dalla quarta crociata del 1204 quando i veneziani
infersero un grave colpo all’Impero Bizantino.
Con la pace di Passarowiz del 1718 la Morea veneziana tornô in mano turca.
Quel che resta di Modone e’un formidabile bastione sul mare che racchiudeva una città ben strutturata, una colonna intitolata a Morosini ed una grande piazza d’armi arida . A Corone una cinta muraria ospita un villaggio affacciato sul Mediterraneo.

…piccole curiosità a cura di dr.ssa Engi Angi: gioielli del periodo liberty

I gioielli in stile Art Nouveau, noti anche come gioielli in stile Liberty erano destinati alla nuova classe borghese e caratterizzati da vari motivi come orchidee, viti, animali, farfalle, uccelli, cigni, serpenti, piume di pavone, creature mitologiche, fate femminili, ninfe, sirene e  forme femminili con i capelli lunghi.

Naiad comb, 1900
Maison Vever from a model by Eugène-Samuel Grasset
Horn, gold, enamel cloisonné
Permanent collection of the Petit Palais in Paris

piccole curiosità a cura di dr.ssa Engi Angi: Paolina

Prima che si coricasse, i dottori le avevano detto che la fine era prossima, chiedendole se voleva ricevere i Sacramenti.

Lei però, elegante come sempre a dispetto persino della malattia che la stava divorando, per tutta risposta aveva esclamato: “Vi dirò io quando sono pronta! Ho ancora qualche ora da vivere”.

Così soltanto la mattina seguente accettò di ricevere il prete che le portava il Viatico, ma anziché ascoltarne la predica, fu lei che ne fece una a lui, abituata com’era a parlare senza ascoltare le risposte degli altri, ma anche senza attendersi che gli altri stessero a sentire lei.

Chiamò poi il notaio per dettargli il testamento e tale operazione richiese parecchio tempo, perché i parenti erano numerosi. Ce ne fu per tutti, fuorché per il marito Camillo, col quale i rapporti s’erano guastati da tempo e che solo per uno scrupolo di coscienza era accorso al suo capezzale.

Dopo essersi congedata dai domestici e aver impartito le istruzioni per la sua imbalsamazione, chiese infine uno specchio per verificare il proprio aspetto, timorosa di non essere in ordine per l’appuntamento supremo, e solo quando ebbe sistemato tutto, all’una pomeridiana del 9 giugno 1825, chiuse finalmente gli occhi per sempre, all’età di soli quarantacinque anni.

Questa fu la fine da “super-star” della principessa Paolina Borghese Bonaparte, detta “la Venere dell’Impero”, che con le sue arti ammaliatrici aveva fatto impazzire la Parigi napoleonica, per poi diventare l’indiscussa regina della Roma papalina d’inizio Ottocento.

Sbarcata tredicenne a Tolone dalla nativa Corsica nel 1793 al seguito della madre, donna Maria Letizia Ramolino, si trasformò presto in preziosa merce di scambio nella mani del sempre più potente fratello Napoleone, diventato in rapida serie generale dell’Armata Repubblicana, primo console della Repubblica Francese ed infine imperatore dei Francesi.

Giovanissima, fu da lui concessa in sposa all’amico generale Léclerc, comandante in capo dell’Armata d’Italia, del quale Paolina si innamorò, ma non abbastanza da riservagli l’uso esclusivo di quelli che lei pudicamente definiva “i vantaggi concessimi dalla natura”, ossia il più bel corpo muliebre della Parigi di quei tempi, famoso per la sua carnagione bianchissima curata con frequenti bagni nel latte d’asina.

Paolina iniziò a coltivare numerose relazioni extraconiugali, che sarebbero poi state una costante della sua vita. Attori, pittori, musicisti, generali ed ussari avrebbero via via frequentato la sua alcova, equamente suddivisi fra francesi, italiani e stranieri di passaggio.

Lo scandalo non tardò a scoppiare, per lo scorno del povero Léclerc al quale ad un certo punto Napoleone impose di partire per l’isola di Santo Domingo, con la moglie e il figlioletto Dermide al seguito, per sedarvi la ribellione indigena capeggiata dall’ex schiavo Toussaint Louverture, ma col fine recondito di coprire lo scandalo e far chetare le acque.

Nell’isola caraibica le preponderanti forze militari francesi non tardarono ad avere la meglio sui rivoltosi, a costo d’ingenti perdite di vite umane fra cui quella dello stesso Léclerc, morto sul finire del 1802 per un attacco di febbre gialla.

La sua non inconsolabile vedova già sulla via del ritorno in patria trovò conforto fra le braccia del generale Humbert, mentre la salma del marito viaggiava sottocoperta rinchiusa in una bara di legno chiaro.

Rientrata a Parigi, Paolina riprese la vita spensierata di sempre, incontrando sul suo cammino Camillo Borghese, giovane principe appartenente ad una delle più nobili e facoltose Casate romane.

Bello, elegante, ricchissimo e fascinoso nei suoi tratti mediterranei, il principe aveva tutte le doti per piacere alle signore della Parigi bene, a patto però che non aprisse bocca. Era allora infatti che la sua scarsa istruzione, unita ad un’intelligenza men che mediocre, si manifestava facendolo apparire alla stregua di un sempliciotto, facile preda dei tanti più furbi di lui.

Allettato dalla prospettiva di vedere la sua famiglia imparentata con quella di un aristocratico di così alto lignaggio, Napoleone acconsentì di buon grado alle nozze della sorella col Borghese, raccomandandole di seguirlo a Roma e di rispettarlo “come marito e come uomo”.

Parole al vento perché, appena giunta nell’Urbe,Paolina iniziò ad annoiarsi cercando sollievo ancora una volta negli amanti, frequentati durante le sempre più lunghe assenze del marito.

La prematura morte per un attacco malarico del figlioletto Dermide, di cui Paolina incolpò il coniuge perché l’aveva convinta a mandare il bambino a trascorrere l’estate nella calura di Frascati, a casa dello zio Luciano Bonaparte, guastò irreparabilmente i loro rapporti di coppia.

A nulla valse nemmeno lo splendido regalo fattole da Camillo, che nel 1804 incaricò il celeberrimo scultore Antonio Canova d’immortalare la moglie, seminuda in posa da “Venere vincitrice”, in una meravigliosa statua di marmo bianchissimo che all’epoca destò grande scandalo per il suo realismo.

Dal 1810 la separazione fra i due fu anche fisica, con Paolina impegnata ad seguire il fratello Napoleone in tutta Europa e persino in esilio all’Elba, e Camillo a rifarsi una vita accanto alla duchessa Lante della Rovere, nel suo palazzo di Firenze.

Una parvenza di riconciliazione fra i due ci fu solo “in articulo mortis”, appena in tempo per assicurare a Paolina una degna sepoltura nella Cappella Borghese, all’interno della Basilica di Santa Maria Maggiore, a Roma.

Nella cripta di famiglia la “Venere dell’Impero”, che in vita sua dai preti aveva sempre cercato di tenersi lontana tanto quanto lo aveva fatto dal marito, riposa paradossalmente accanto ai prelati di famiglia, fra cui Papa Paolo V e il Card. Scipione Borghese, oltreché al coniuge che là sotto la raggiunse sette anni dopo, nel simulacro di un ricongiungimento fuori tempo massimo.

Accompagna quessto scritto “Paolina Borghese come Venere Vincitrice”, di Antonio Cavova, 1804-1808, Galleria Borghese, Roma.

(P.s.: testo scritto da Anselmo Pagani)

piccole curiosità a cura di dr.ssa Engi Angi: la seconda moglie di Rodolfo Valentino, chi era costei?

Costumista, scenografa, ballerina, attrice ed egittologa: l’incredibile vita di Natacha Rambova, seconda moglie del celebre divo italiano.

Natacha Rambova

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Nata Winifred Kimball Shaughnessy il 19 gennaio 1897 a Salt Lake City in Utah, danzatrice, scenografa, costumista, designer, sceneggiatrice e collezionista di antichità statunitense, ricordata soprattutto per essere stata la seconda moglie di Rodolfo Valentino.natacha-rambova-theodore-kosloff

Natacha Rambova with Theodore Kosloff

Come danzatrice ballò con Theodore Kosloff, Clifton Webb e lo stesso Rodolfo Valentino per il quale curò l’immagine. Ha disegnato con successo scene e costumi di molti balletti e di alcuni film e ha scritto sceneggiature. È stata attrice, spiritista e ha svolto importanti ricerche come egittologa.

Mandata a studiare in Inghilterra, scappò dalla scuola, finendo in Russia, dove assunse lo pseudonimo di Natacha Rambova e poté dedicarsi alla danza, suo grande amore. In tournée con il Balletto Imperiale Russo, venne sorpresa dalla rivoluzione proprio mentre si trovava negli Stati Uniti, dove cominciò ad interessarsi alla scenografia e ai costumi. I suoi primi lavori furono per i film di DeMille, insieme a Mitchell Leisen, uno scenografo che diventerà un apprezzato regista.

Lavorò come art director per Alla Nazimova, che ne riconobbe il talento. All’epoca la Nazimova era una delle più potenti dive di Hollywood, le menti più intelligenti e innovative dell’industria cinematografica la frequentavano e la omaggiavano.

Sul set di “Camille” conobbe Rodolfo Valentino. I due si sposarono nel 1922 a Mexicali. Il matrimonio con il divo nacque nel modo peggiore poiché l’attore fu arrestato per bigamia dopo appena qualche giorno. La legge americana del tempo permetteva di risposarsi solo dopo un anno dalla separazione e il suo divorzio da Jean Acker non era ancora effettivo.natacha-rambova-valentino-by-james-abbe-c-1922

Natacha Rambova with Rodolfo Valentino by James Abbe, 1922

Prende subito nelle sue mani la carriera del marito, entrando in collisione con la Paramount. Vuole che la casa di produzione investa al meglio per valorizzare il più possibile Valentino, reputa scialbi e poco interessanti i film che gli vengono proposti e lo induce a ricattare la compagnia, ma la Paramount non cede.natacha-rambova-motion-picture-sept-1923

Valentino lascia gli schermi e la Paramount. Per vivere, torna alla sua vecchia professione di ballerino, in coppia, questa volta, con la moglie. Lontano dagli schermi, il suo nome non cade nel dimenticatoio, gli spettacoli dove lui e Rambova si esibiscono sono assaliti da folle di fan plaudenti che vogliono vedere il loro idolo dal vivo. Alla fine, la Paramount cede e accetta Rambova come supervisore dei film del marito. Il matrimonio finisce quando la United Artists subentra alla Paramount, e vieta a Natacha di intromettersi negli affari del marito.

Dopo la separazione da Valentino lasciò lo spettacolo e si dedicò al collezionismo e all’egittologia, di cui divenne un’esperta studiosa. Si trasferì in Europa dove sposò nel 1934 il conte Alvaro de Urzaiz, un aristocratico spagnolo franchista con il quale rischiò di finire fucilata durante la guerra civile spagnola.natacha-rambova

Nella sua carriera recitò in cinque film tra il 1921 e il 1926, curò i costumi di scena in undici film tra il 1917 e il 1924.

A causa di una grave forma di sclerodermia, morì il 5 giugno 1966, il corpo venne cremato e le ceneri sparse in Arizona.natacha-rambova-3

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piccole curiosità a cura di dr.ssa Engi Angi: incredibile ma vero!!! Anello da dito e sfera celeste: quale correlazione?

Anello d’oro del XVI secolo, si apre trasformandosi in una sfera astronomica.

Fin dall’antichità, l’essere umano ha cercato di studiare quello spazio immenso che si priva sopra la sua testa e che mostrava un vagare di astri e altri corpi celesti. Per comprendere le leggi che regolavano il cielo, gli studiosi si sono forniti di modelli che li aiutassero a tenere traccia di alcuni eventi ricorrenti e prevederne altri.

Le sfere armillari sono uno strumento astronomico antichissimo che servivano proprio a questo: nel XVI e nel XVII secolo, però, vennero ridotte in miniatura e trasformate in anelli molto particolari, dal fascino ancora oggi innegabile

piccole curiosità a cura di dr.ssa Engi Angi: gli spazi delle feste della Serenissima

🍽 𝐍𝐞𝐢 𝐩𝐚𝐥𝐚𝐳𝐳𝐢 𝐯𝐞𝐧𝐞𝐳𝐢𝐚𝐧𝐢 𝐝𝐞𝐥 𝐂𝐢𝐧𝐪𝐮𝐞𝐜𝐞𝐧𝐭𝐨, 𝐞𝐫𝐚 𝐢𝐥 𝐏𝐨𝐫𝐭𝐞𝐠𝐨 𝐚 𝐨𝐬𝐩𝐢𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐞𝐯𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐝𝐢 𝐫𝐚𝐩𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞𝐧𝐭𝐚𝐧𝐳𝐚, 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐟𝐞𝐬𝐭𝐞 𝐞 𝐛𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞𝐭𝐭𝐢, 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐭𝐚𝐫𝐝𝐢 𝐬𝐩𝐨𝐬𝐭𝐚𝐭𝐢, 𝐢𝐧 𝐚𝐥𝐜𝐮𝐧𝐞 𝐝𝐢𝐦𝐨𝐫𝐞, 𝐧𝐞𝐢 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐢 𝐠𝐫𝐚𝐧𝐝𝐢 𝐬𝐚𝐥𝐨𝐧𝐢 𝐝𝐚 𝐛𝐚𝐥𝐥𝐨. Nel dipinto, Pietro Longhi ci mostra un enorme tavolo apparecchiato e disposto a ferro di cavallo in un ambiante del sontuoso palazzo Nani, situato alla Giudecca.

🍝 I banchetti erano l’occasione per mettere in mostra la ricchezza e la varietà di cibi, soprattutto quelli provenienti dall’Oriente, come dimostrazione che Venezia, molto più di altre città, aveva la possibilità e il potere di procurarseli. Le spezie arrivavano in città per essere poi distribuite in tutta Europa e i veneziani avevano trovato vari modi per utilizzarle come condimenti variopinti per le loro pietanze.

🎶 Cibi rari e spezie dai profumi esotici erano presentati come esperienze esclusive ed esibiti sui tavoli come vere e proprie opere d’arte. Era sicuramente il momento adatto per ostentare stoviglie preziose, cristalli e merletti prodotti in laguna. Inoltre, durante i pasti, i colori del cibo erano accompagnati da esibizioni musicali e teatrali che contribuivano a rendere l’evento ancora più spettacolare.


📸 Pietro Longhi, 𝐼𝑙 𝐶𝑜𝑛𝑣𝑖𝑡𝑜 𝑖𝑛 𝑐𝑎𝑠𝑎 𝑁𝑎𝑛𝑖, 1755, Ca’ Rezzonico – Museo del Settecento Veneziano, Fondazione Musei Civici Venezia


piccole curiosità a cura di dr.ssa Engi Angi: intelligenza artificiale amica o nemica?

Non dobbiamo avere paura dell’eccezionalità

1 giugno 2021

Per imparare a formulare una diagnosi medica sono tradizionalmente necessari anni. Anche per i professionisti, la formulazione di una diagnosi è spesso un processo lungo e complesso. Per di più, in molte aree la domanda di queste competenze supera l’offerta, mettendo sotto pressione il sistema sanitario. Tuttavia, laddove è possibile digitalizzare le informazioni diagnostiche, le macchine possono contribuire ad alleviarne l’onere. Il vantaggio di un algoritmo è che può trarre conclusioni dai dati in una frazione di secondo. Inoltre, a differenza di un esperto in “carne e ossa”, le competenze di machine learning (ML) possono teoricamente essere riprodotte all’infinito.

Lungi dal sostituire le mansioni a bassa specializzazione negli stabilimenti automobilistici o nei call centre, l’intelligenza artificiale (AI) sta rimodulando il ruolo di medici e di molti altri professionisti. L’impatto sarà profondo.

Robert Troy, Minister for Trade Promotion, Digital and Company Regulation della Repubblica d’Irlanda, è ottimista circa la generale capacità dell’AI di trasformare la società: “A livello globale, si stima che l’applicazione dell’AI possa raddoppiare la crescita economica entro il 2035. L’AI è usata anche per risolvere complesse problematiche sociali, come il cambiamento climatico, l’assistenza sanitaria e la povertà alimentare”.

Kevin Roose, editorialista di The New York Times esperto di tecnologia, ritiene che l’AI possa modificare il lavoro verso tre scenari primari: “Nel primo si pronostica una soppressione di posti di lavoro, ed è quello cui di norma pensiamo quando si parla di automazione”, aggiunge inoltre che ciò “accade in una serie di settori più ampia rispetto a quanto tradizionalmente avvenuto in passato”, interessando anche i ruoli impiegatizi. Il secondo scenario prevede che le funzioni manageriali verranno soppiantate: “Ora esiste un’intera area di software dedicata alla sorveglianza della forza lavoro e al monitoraggio delle performance, in alcuni casi in grado anche di prendere automaticamente decisioni circa assunzioni e licenziamenti”.

Il terzo è quello definito automazione dell’ambiente interno: “Ogni giorno interagiamo con decine di strumenti di AI, che forgiano le nostre decisioni e preferenze, i nostri valori e rapporti.” prosegue Roose “In pratica gran parte delle nostre scelte ̶ dai programmi televisivi che guardiamo, ai politici per cui votiamo ̶ sono modulate in sottofondo dall’AI”.

Il “curatore dati” e AI creativa
A questo punto che ne è del lavoro, nella sua concezione tradizionale? Due secoli fa, i ludditi inglesi distruggevano i macchinari introdotti dalla prima rivoluzione industriale per combattere quelli che ritenevano strumenti di sostituzione dei lavori manuali. Alcuni esperti ritengono che l’AI soppianterà il 40% dei posti di lavoro entro 15 anni: tali timori, alla fine, si concretizzeranno?

“Non proprio”, sostiene Rober Troy, in quanto “gran parte della rivoluzione causata dall’AI si tradurrà in cambiamenti di ruoli, compiti e distribuzione del lavoro”. Per esempio, il medico non sarà necessariamente sostituito da un robot. Secondo un recente studio pubblicato su PeerJ, “i sistemi basati su AI porteranno a un aumento di medici ed è improbabile che possano sostituire la tradizionale relazione medico-paziente”.

Marcus du Sautoy, Oxford Simonyi Professor for the Public Understanding of Science, concorda con Robert Troy: “Assisteremo all’ingresso dell’AI in un numero crescente di mansioni impiegatizie. Ma, come in tutte queste rivoluzioni, emergeranno nuovi lavori”.

Le capacità delle macchine possono migliorare le doti umane, non limitarle. Il Professor du Sautoy porta come esempio la figura del curatore dati, definendolo “quasi un nuovo tipo di artista”. “Gli algoritmi imparano dai dati”, sostiene, “se vengono forniti determinati dati l’algoritmo va in una direzione, ma se ne vengono forniti altri, potrebbero andare nella direzione opposta. È quindi necessario riuscire a comprendere questo percorso e come modellarlo per far sì che ci conduca dove vogliamo. Questo tipo di attitudine è destinato a costituire una nuova categoria di competenza”.

Un’altra area creativa in cui l’AI si sta ritagliando un ruolo è la “musica elettronica”, alla quale sta attribuendo una nuova accezione. “Ci rendiamo conto che l’AI sta trasformando ogni settore, dalla terapia, all’arte e alla musica, rivoluzionando l’attività lavorativa”, afferma il Professor du Sautoy, riportando l’esempio di Jukedeck, uno strumento di composizione musicale AI: “Gli spieghi cosa vuoi in una canzone, il mood, la durata, la chiave e Jukedeck compone la musica, generando la registrazione”.

“L’AI ha aiutato a comporre musica e poesie e riprodotto gli stili di grandi pittori”, sostiene Rober Troy, aggiungendo però che “al momento l’AI svolge in prevalenza un ruolo di assistente, anziché sostituirsi al genio umano”.

Il Professor du Sautoy prosegue: “Pensavamo che l’unica cosa che ci sarebbe stata lasciata fosse comporre sinfonie, o scrivere romanzi, e ora l’AI riesce invece a fare anche quello”. Ritiene però che ciò abbia un aspetto positivo: “Molte persone hanno una certa paura della creatività, ma grazie all’AI anche loro potranno cimentarsi a scrivere un romanzo o dipingere un quadro. Vi è un aspetto alquanto entusiasmante della capacità di questi strumenti di rendere democratico qualcosa che un tempo era un’attività piuttosto elitaria”. L’AI scaccia la paura della pagina bianca. È un’idea affascinante.

Anche la maggior parte dei creativi sostiene di dedicare più della metà del proprio tempo a compiti banali. ML e AI sono potenzialmente in grado di liberarli da queste incombenze.

Verso un’economia a due livelli?
Kevin Roose prevede l’avvento di un’economia a due livelli: economia delle macchine ed economia dell’uomo. I prodotti della prima avranno prezzi estremamente bassi; afferma, infatti, che “l’AI consentirà a chi gestisce le aziende in questione di eliminare tutte le inefficienze e gli sprechi”.

Per contro, l’economia dell’uomo comprenderà persone che anziché produrre beni e fornire servizi creano emozioni ed esperienze, come per esempio gli operatori della sanità, gli insegnanti e gli artisti. Tuttavia aggiunge che “anche alcune figure che tendiamo a ritenere insostituibili, come baristi e assistenti di volo, hanno un futuro luminoso perché tali lavori non consistono solo nell’offrire da bere ai passeggeri su un aereo, ma principalmente nel farli sentire a loro agio”.

Ritiene inoltre che ciò indurrà le aziende tecnologiche hyper-scale a realizzare in misura crescente versioni di fascia più alta dei loro servizi: ad esempio, una versione di lusso di Netflix, dove i curatori di film scelgono il film per l’utente. “Tali aziende proporranno servizi su più livelli, oltre a quello base, per i quali gli utenti pagheranno l’interazione umana”. Secondo le sue previsioni, nascerà una nuova generazione di aziende che porteranno i rapporti umani all’essenza, ma senza disumanizzarsi.

Questo significa che i “leviatani della tecnologia” domineranno tutto? Il Professor du Sautoy non è di questo parere, ma ritiene che sia necessario attuare alcuni cambiamenti per assicurare una possibilità a tutti. “Non c’è bisogno di enormi aziende per analizzare questi dati.” dichiara “Si tratta di avere algoritmi intelligenti per ricercare i dati, consentendo agli operatori minori di entrare in gioco”.

“Tuttavia”, avverte, “se non si ha accesso ai dati, francamente si è del tutto fuori gioco”. Vi sono già avvisaglie di questi dati open source: per esempio, le normative in materia di open banking che costringono le grandi banche a condividere i dati finanziari relativi ai loro clienti. Ciò ha portato all’affermazione di imprese disruptive sul fronte fintech quali le cosiddette challenger bank britanniche Starling e Monzo, ciascuna delle quali ora vale oltre 1 miliardo di sterline.

Dovrebbe esistere una sorta di “bacino di dati condiviso” per incoraggiare la concorrenza settoriale in un contesto AI?
● Sì, allo scopo di evitare che un numero ridotto di grandi aziende abbia una posizione dominante, i dati devono essere liberamente disponibili a nuovi entranti e operatori disruptivi.
● No, i dati sono il prodotto dello sviluppo creativo delle aziende e costituiscono quindi parte integrante della loro proprietà intellettuale. Renderli liberamente accessibili, in pratica scoraggerebbe gli investimenti.

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